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 Alcuni scritti di P. Chevrier Riduci

Preghiera di padre Chevrier

O Verbo! O Cristo!
Quanto sei bello e grande!
Chi ti potrà conoscere e comprendere?
Fa, o Cristo che io ti conosca e ti ami.

Poiché tu sei la luce, lascia che un raggio
di questa divina luce invada la mia povera anima
affinché ti possa vedere e comprendere.

Metti in me una grande fede in te,
affinché tutte le tue parole siano per me altrettante luci
che mi illuminano e mi fanno venire a te
per seguirti nelle vie della giustizia e della verità.


O Cristo! O Verbo!
Tu sei il mio Signore e il mio solo ed unico Maestro.
Parla, io ti voglio ascoltare e mettere in pratica
la tua parola.

Voglio ascoltare le tua divina parola,
perché so che viene dal cielo.
Voglio ascoltarla, meditarla, metterla in pratica,
perché nella tua parola c'è la vita, la pace e la felicità.

Parla Signore.
Tu sei il mio Signore e il mio Maestro
ed io non voglio ascoltare che te. 
(Antonio Chevrier, Vero Discepolo, p. 108)
 

La lettera n° 153

Quando tutto sembrava filare per il meglio, ecco la "grande prova". Mentre Roma e il cardinale di Lione avevano appena concesso l'approvazione ufficiale della sua Opera, il Prado registrò all'interno uno violento scossone che fece vacillare i pilastri che lo dovevano sostenere. Jaricot, che era stato ordinato sacerdote nella cappella del Prado nel 1869, ritenne giunto il momento per entrare, come da tempo desidera, nella trappa d'Aiguebelle. Probabilmente l'arrivo dei quattro novelli sacerdoti e le approvazioni ricevute dall'autorità ecclesiastica, lo indussero a ritenere in qualche modo conclusa la sua missione accanto a don Antonio. Il fondatore del Prado gli scrisse una lettera tra le più toccanti e significative che merita di essere conosciuta per intero:

"Caro Fratello e amico, Il vostro esempio produce effetti meravigliosi! Il Reverendo Duret, da diversi giorni, mi dice che non è capace di fare il catechismo, che deve pensare anzitutto alla sua salvezza, che un uomo non è necessario ad un'opera così bella, che Dio saprà ben sostituirlo, che Dio non mi abbandonerà; che egli sente il grande bisogno di preghiera e di lavoro, che deve andare alla Grande Chartreuse; che avrebbe fatto meglio a restare fratello e dedicarsi all'opera senza prendersi le responsabilità del prete, che questa responsabilità gli fa paura, e che ha paura del giudizio di Dio; che quando avrà passato alcuni anni alla Grande Chartreuse, ritornerà più forte e più sicuro della sua vocazione; e che tuttavia la vocazione del Prado è così bella, che non ne sceglierà un'altra, ma che bisogna che se ne vada. Io non so se, dopo questo turno, egli se ne andrà. Il Reverendo Farissier ha sempre il desiderio di essere missionario e, di tanto in tanto, lascia trasparire la sua volontà d'andare in Cina. Il Reverendo Broche preferisce Limonest al Prado e penso che resterà con il Signor Jaillet. Il Reverendo Delorme non ha salute e, nonostante il suo coraggio, non potrà fare da solo, avrebbe bisogno di passare alcuni mesi in campagna, e la partenza dei suoi compagni non gli sarà certo di incoraggiamento. Se questo è il risultato, pregherò i signori latinisti di andare al Seminario diocesano e non potrò più prendere ragazzi per la prima comunione. Non mi sento nè la salute, né il coraggio di fare come un tempo. Il buon Dio mi aveva dato degli aiutanti, dei bravi collaboratori, egli me li riprende: sia benedetto il suo santo nome! Allora Dio mi farà capire chiaramente che non ha bisogno di nessuno per fare la sua opera. Tutti voi dite che il buon Dio non ha bisogno di nessuno, che farà bene senza di noi, è evidente; io penso che dopo di noi il buon Dio ne manderà altri che faranno meglio di noi; è la mia sola consolazione e la mia sola speranza, perché sentirò, comunque, una certa sofferenza a vedere il Prado deserto e senza ragazzi, quando, per diciotto anni, è stato il luogo di tanti sudori, fatiche e conversioni. Andatevene tutti a pregare e a fare penitenza nel monastero. Mi dispiace di non poterci andare anch'io perché ne ho molto più bisogno di voi dal momento che sono più vecchio e di conseguenza ho molti più peccati di voi! Ma se non ci vado, andrò forse a Saint-Fons e avrò la consolazione d'aver fatto dei trappisti, dei certosini e dei missionari, se non sono riuscito a fare dei catechisti; benché oggi mi sembra sia questo il bisogno del nostro tempo e della chiesa. Addio mio caro amico, pregate per noi e soprattutto per me che pensavo di aver fatto qualcosa, un'opera, e vedo che non ho fatto niente. Questa umiliazione serva ad istruirmi e a farmi espiare tutti i peccati d'orgoglio ed altri della mia vita. Vostro fratello in Gesù Cristo abbandonato sulla sua croce" (L. n° 153)
 

Accontentarsi del necessario

"Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli (Mt 5,3). E' un articolo molto importante e che bisogna ben assimilare per non sfuggire alla vera povertà. La vera povertà e lo spirito di povertà si trovano racchiusi in questo motto: avere il necessario e sapersene accontentare. Si viene meno alla povertà perché non ci si sa accontentare del necessario. Si comincia con la povertà, ma, a poco a poco, si trova che non è abbastanza comodo, che è insufficiente, che non è abbastanza solido, abbastanza pulito... che questo non dura abbastanza e mille altre ragioni speciose; e allora, si aggiunge, si cambia, si abbellisce, si trova che è più conveniente, che questo dura di più e a poco a poco ci si trova ad avere una camera comoda, a proprio agio, in cui non manca niente; ci si trova ad avere una tavola confortevole, dove si trova più del necessario; ad avere abiti convenienti, che durano di più, che sono più solidi e più conformi al gusto del mondo; di cambiamento in cambiamento, si arriva a fare come il mondo e si perde lo spirito di povertà. Colui che ha lo spirito di povertà ha sempre troppo, tende sempre a togliere; colui che ha lo spirito del mondo, non ne ha mai abbastanza, non è mai contento, ha sempre bisogno di qualcosa in più. Il vero povero di Gesù Cristo tende sempre ad eliminare, a diminuire. Colui che ha lo spirito del mondo tende sempre ad accrescere, ad aumentare"

(Antonio Chevrier, Vero Discepolo, p. 295).


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